In casa minacciano di buttare nel secchio la pila di copie non lette de Il Quotidiano, al quale sono abbonato e che ricevo in Roma. Mi affretto a sfogliarli rapidamente, ritagliando qualche articolo da archiviare. Le notizie dalla Calabria sono sempre deprimenti e sconfortanti e non traggo nessun piacere dalla lettura dei giornali calabresi. Le poche notizie che mi è necessario apprendere non corrono il rischio di perdere di attualità e pertanto non è un gran danno il fatto che io legga il Quotidiano anche con mesi di ritardo, che si aggiungono ai giorni ed alle settimana che il postino già si prende per recapitare al mio domicilio la copia in abbonamente, che qualche volta neppure giunge a destinazione.
La notizie che questa volta attrae la mia attenzione si trova a pag. 14 della copia del 18 gennaio 2007. Quale il titolo? Eccolo: Regione, truffa e voti di scambio. Quando si scopre qualche cosa, o meglio quando i magistrati si occupano di qualcosa che già tutti sanno e si sussurano l'un l'altro, si dice che il marcio è qualcosa di assai limitato. Il corpo è sanno. Tutti sono onesti e solo poche sono le pere marce. Se si è di avviso contrario, e lo si dice pubblicamente, si riceve l'invito a fare nomi e cognomi. Non essendo il comune cittadino un pubblico ministero che ha tutta l'autorità ed i mezzi per aprire inchieste, mandare avvisi di garanzie, fare uso di carabinieri e polizia che devono ubbidire ai suoi ordini, è chiaro che la persona assennata chiude la sua bocca, se non vuol correre come minimo il rischio di una querela. Dico e ripeto: come minimo. Il rischio maggiore e normale è ben altro, come ognuno può ben comprendere.
E ad ognuno che abbia un minimo di esperienza calabrese è noto come nella stesso modo di concepire la democrazia in Calabria, regione più italiana di ogni altra a giudicare dal refendum costituzionale, il voto è solo voto di scambio. È la regola, non l’eccezione. Con l'approssimarsi delle elezioni (comunali, provinciali, regionali, nazionali, europee) ognuno mette in vendita il suo voto al migliore offerente. Non sempre si fanno buoni affari. Non sempre si trova l’acquirente o il richiedente. Basta anche una vaga promessa di un favore. Che un cittadino svolga una funzione pubblica di governo, assumendo un atto di responsabilità su uomini e programmi di governo, è cosa che sfugge alla comprensione e alla sensibilità dei più. La degenerazione calcistica per la quale si fa il tifo per un partito allo stesso modo in cui si fa il tifo per una squadra di calcio è il massimo di maturità democratica che ci si possa aspettare dai calabresi.
I partiti non c’entrano. In Calabria i partiti più che altro danno il loro logo in franchising al primo richiedente. Solo un ingenuo attribuisce ad un simbolo un contenuto di pensiero politico, di programma amministrativo, di concezione del mondo. Dietro quei simboli stanno uomini con i loro corposi interessi. Il potere conseguito procura ulteriore consenso perché diventa occasione per poter promettere, raccomandare, qualche volta mantenere. In un recente scandalo, subito sedato, era venuta fuori una tranquilla pratica di “raccomandazioni”, le quali – si dice – di per sé non sono un reato. E qui ti voglio. Tutto il sistema si regge proprio sulla raccomandazione, che è il normale modo di pensare del calabrese. Un aneddoto reale che vale pena di raccontare. Tanti anni fa, in una sala d'ospedale, a Roma, un ricoverato era alla vigilia di essere operato. Diceva al medico di essere preoccupato per il fatto che non aveva una raccomandazione. Il medico gli chiese se era per caso un meridionale (un calabrese). Il malato rispose risentito: «Si! Perché? Non sono un italiano?». Evviva lItalia!
Sullo stesso giornale avevo pubblicato qualche anno fa un “Intervento”, dove criticavo la condotta politica di alcune persone che “formalmente” facevano parte di una stessa maggioranza di centro-destra che aveva vinto le elezione con un buon margine di vantaggio. Avevo notato che le aspettative personali prevalevano in modo chiaro su qualsiasi idea politica e di interesse pubblico. Da un partito politico, quale che sia, ci si aspetta comportamenti consoni all'interesse pubblico, non a quello privato. Questo intendevo dire. Non che i personaggi in questione non avessero in tasca la tessera del partito al quale si erano iscritti, ma che non onoravano con comportamenti conseguenti. Il mio Intervento fu seguito da una “Precisazione” con la quale mi si replicava che loro erano iscritti a quel partito non già “formalmente”, ma a “tutti gli effetti”. Lo sapevo e non avevo bisogno della loro precisazione. Ho abusato fin qui della pazienza del lettore, per dire che una delle persone che allora si era “indignata” oggi tranquillamente lavora alle dipendenze (portaborse o simili) di un politico dell'altra parte. Non poteva confermare meglio con il suo comportamento a così breve distanza di tempo ciò che io esattamente intendevo con il “formalmente”. Nella sostanza, e “a tutti gli effetti”, i calabresi passano da una parte all’altra, appena loro si dà si promette qualcosa.
E per oggi basta con l’aggiornamente del blog. Torno a deprimermi, leggendo i giornali calabresi.
La notizie che questa volta attrae la mia attenzione si trova a pag. 14 della copia del 18 gennaio 2007. Quale il titolo? Eccolo: Regione, truffa e voti di scambio. Quando si scopre qualche cosa, o meglio quando i magistrati si occupano di qualcosa che già tutti sanno e si sussurano l'un l'altro, si dice che il marcio è qualcosa di assai limitato. Il corpo è sanno. Tutti sono onesti e solo poche sono le pere marce. Se si è di avviso contrario, e lo si dice pubblicamente, si riceve l'invito a fare nomi e cognomi. Non essendo il comune cittadino un pubblico ministero che ha tutta l'autorità ed i mezzi per aprire inchieste, mandare avvisi di garanzie, fare uso di carabinieri e polizia che devono ubbidire ai suoi ordini, è chiaro che la persona assennata chiude la sua bocca, se non vuol correre come minimo il rischio di una querela. Dico e ripeto: come minimo. Il rischio maggiore e normale è ben altro, come ognuno può ben comprendere.
E ad ognuno che abbia un minimo di esperienza calabrese è noto come nella stesso modo di concepire la democrazia in Calabria, regione più italiana di ogni altra a giudicare dal refendum costituzionale, il voto è solo voto di scambio. È la regola, non l’eccezione. Con l'approssimarsi delle elezioni (comunali, provinciali, regionali, nazionali, europee) ognuno mette in vendita il suo voto al migliore offerente. Non sempre si fanno buoni affari. Non sempre si trova l’acquirente o il richiedente. Basta anche una vaga promessa di un favore. Che un cittadino svolga una funzione pubblica di governo, assumendo un atto di responsabilità su uomini e programmi di governo, è cosa che sfugge alla comprensione e alla sensibilità dei più. La degenerazione calcistica per la quale si fa il tifo per un partito allo stesso modo in cui si fa il tifo per una squadra di calcio è il massimo di maturità democratica che ci si possa aspettare dai calabresi.
I partiti non c’entrano. In Calabria i partiti più che altro danno il loro logo in franchising al primo richiedente. Solo un ingenuo attribuisce ad un simbolo un contenuto di pensiero politico, di programma amministrativo, di concezione del mondo. Dietro quei simboli stanno uomini con i loro corposi interessi. Il potere conseguito procura ulteriore consenso perché diventa occasione per poter promettere, raccomandare, qualche volta mantenere. In un recente scandalo, subito sedato, era venuta fuori una tranquilla pratica di “raccomandazioni”, le quali – si dice – di per sé non sono un reato. E qui ti voglio. Tutto il sistema si regge proprio sulla raccomandazione, che è il normale modo di pensare del calabrese. Un aneddoto reale che vale pena di raccontare. Tanti anni fa, in una sala d'ospedale, a Roma, un ricoverato era alla vigilia di essere operato. Diceva al medico di essere preoccupato per il fatto che non aveva una raccomandazione. Il medico gli chiese se era per caso un meridionale (un calabrese). Il malato rispose risentito: «Si! Perché? Non sono un italiano?». Evviva lItalia!
Sullo stesso giornale avevo pubblicato qualche anno fa un “Intervento”, dove criticavo la condotta politica di alcune persone che “formalmente” facevano parte di una stessa maggioranza di centro-destra che aveva vinto le elezione con un buon margine di vantaggio. Avevo notato che le aspettative personali prevalevano in modo chiaro su qualsiasi idea politica e di interesse pubblico. Da un partito politico, quale che sia, ci si aspetta comportamenti consoni all'interesse pubblico, non a quello privato. Questo intendevo dire. Non che i personaggi in questione non avessero in tasca la tessera del partito al quale si erano iscritti, ma che non onoravano con comportamenti conseguenti. Il mio Intervento fu seguito da una “Precisazione” con la quale mi si replicava che loro erano iscritti a quel partito non già “formalmente”, ma a “tutti gli effetti”. Lo sapevo e non avevo bisogno della loro precisazione. Ho abusato fin qui della pazienza del lettore, per dire che una delle persone che allora si era “indignata” oggi tranquillamente lavora alle dipendenze (portaborse o simili) di un politico dell'altra parte. Non poteva confermare meglio con il suo comportamento a così breve distanza di tempo ciò che io esattamente intendevo con il “formalmente”. Nella sostanza, e “a tutti gli effetti”, i calabresi passano da una parte all’altra, appena loro si dà si promette qualcosa.
E per oggi basta con l’aggiornamente del blog. Torno a deprimermi, leggendo i giornali calabresi.

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