Quando decisi in Calabria di impegnarmi in politica era padrone incontrastato di Forza Italia, almeno nel reggino, l'on.
Pietro Fuda. Avevo un bell'appellarmi all'art. 49 della costituzione che concede ad ogni cittadino il diritto di iscriversi ad un (qualsiasi) partito, che dovrebbe essere strutturato in modo democratico, per consentire ad ognuno di poter concorrere alla formazione della politica nazionale.

Non voglio qui narrare nuovamente in ogni dettaglio una vicenda che resta per me emblematica di cosa sia in realtà, specialmente in Calabria, la politica. Il frequente sbanderio dei principi democratici si scontra spesso con unarealtà ben diversa da quella dei discorsi retorici abituali ad ogni raduno di gente con oratore che parla da un pulpito. In Calabria non esiste un elettorato in senso proprio, ma un insieme di clientele legate a questo o a quel personaggio oppure un diffuso sistema di voto tribale che si avvale di estese parentele, che soprattutto nei piccoli centri determinano i risultati elettorali. Il grande politico dispone in ogni paese di un suo fiduciario che si preoccupa di raccogliere consenso nel microsistema. Ecco dunque che diventa importante controllare le sigle dei partiti nazionali come se fossero licenze di tabaccherie o pizzerie. All’epoca del tesseramento, necessario per fare i congressi provinciali, passa qualcuno a raccogliere firme di tanti iscritti a questo o qual partito: il sistema è diffuso. Se qualche ingenuo pensa che le sedi sezionali dei partiti siano dei luoghi di elevati e nobili dibattiti, il minimo che gli possa capitare è di venir deriso e trattato come un pazzo pericoloso.
Il referendum istituzionale ha visto in Calabria il più alto numero di voti contrari:
82,5 di no ed un record nazionale a Crotone dell’86,2. Molti si sono sentiti persi alla sola prospettiva di una cessazione del sistema dei trasferimenti pubblici di denaro e risorse.

Non vi è nessuno in Calabria che non abbia un favore da chiedere ed un politico costruisce la sua fortuna sulla base dei favori che riesce a fare. La pratica della raccomdandazione è uno stile ed un sistema di vita. Se in Calabria vi fossero cittadini certi di non dipendere da qualcuno per un qualche favore, la politica sarebbe più libera. Ho sostenuto in questo blog che la disgrazia maggiore della Calabria non è la ndrangheta, ma il suo ceto politico-amministrativo. Non mi riferisco assolutamente a quello colluso con le cosche mafiose, che almeno in teoria potrebbe venire prima o poi scoperto e punito. Mi riferisco a quanti operano in piena legalità, distorcendo in tutti i modi possibili la discrezionalità loro concessa. Dalle pagine dei giornali viene spesso fuori che questo o quel politico ha raccomandato Tizio, Caio o Sempronio. Si dice che ciò non costituisce reato e quindi nessuno può essere punito per aver speso una buona parola per casi di meritevoli e bisognosi. Ma è anche vero che in questa maniera si costruisce la clientela.
I partiti dal canto loro mostrano soltanto interesse per i voti, il cui spostamento da una parte all'altra può determinare il cambiamento di colore politico di un'amministrazione.

Vi saranno all'inizio tante chiacchiere per nobilitare lo spostamento di voti, ma è difficile rintracciare quegli elementi di virtù politica che Rousseau immaginava dovessero esistere nel buon cittadino al punto da spingerlo a teorizzare che il voto di 10 cittadini spiritualmente liberi valesse di più del voto di 90 schiavi. In questi giorni sento nelle rassegne stampe di alcuni deputati che hanno presentato disegni di legge per dare concretezza normativa all'art. 49 della costituzione. Dubito che si arriverà a qualcosa. In Calabria tutto il sistema socio-economico è funzionale al modo di esistere e riprodursi del ceto politico. Nessuno vuole quelle riforme che minano le basi della propria esistenza.
Nel caso del politico Pietro Fuda, da molti indicato come un esempio recente dell'antica pratica italica del trasformismo, una felice congiuntura consente di puntare su di lui i riflettori della stampa per una norma introdotta di soppiatto nella finanziaria allo scopo di depennare tutti i reati contabili degli amministratori.

Resta molto da capire e scoprire. Mi baserò unicamente sui dati che trovo in internet, cercando di ragionarci sopra. Non vi è da parte mia nessun astio personale o accanimento verso il personaggio Pietro Fuda, ma penso di esercitare il legittimo diritto che spetta ad ogni cittadino che vuol giudicare i politici che la sorte gli ha messo sopra per la sua pubblica felicità o infelicità. Se tra i miei lettori vi sarà qualche fans dell'On. Pietro Fuda, troverò qui tutto lo spazio che desidera a sostegno del suo eroe. Se poi qualche mia riga sembrerà inaccettabile da un punto di vista generale della critica politica, perché invece personale e astiosa, non esiterò ad espungerla e sarò grato a chi me la segnalerà ove non sia io stesso ad accorgermene in successive letture del testo. Resta il fatto che se la mia intenzione è di criticare civilmente l'on. Pietro Fuda come un esempio negativo del politico calabrese e nessuno mi potrà chiedere che io invece ne tessa lodi che in coscienza non vedo. Altri osservatori su altri politici verranno da me aperti, se troverò materiale documentario pubblicamente utilizzabile.
RASSEGNA STAMPA COMMENTATA E ILLUSTRATA
1.
Fuda sempre primo. «Il primo firmatario è il senatore calabrese Pietro Fuda, già presidente forzista della Provincia di Reggio, poi riciclatosi nell’Unione al seguito del governatore Loiero, poi eletto nella lista Consumatori, poi passato alla Margherita e ora galleggiante nel gruppo misto come fondatore di un nuovo partito di cui si sentiva davvero il bisogno: il Democratico Meridionale.

Alla sua firma se ne sono aggiunte altre sei, probabilmente per strappare il suo voto alla finanziaria: il rutelliano
Zanda, vicecapogruppo dell’Unione, il mariniano
Ladu, i margheriti sciolti
Sinisi,
Bruno e
Boccia e il diessino
Iovene» (Marco Travaglio). Ho già notato che la realtà della prassi parlamentare è fatto di leggi e leggine dove un parlamentare chiede ad un altro: »mettimi questa firma!« Magari nei salotti televisivi vediamo gli stessi deputati accaldarsi su temi di dibattito generale, ma poi la quotidianità della loro attività parlamentare è fatta di patteggiamenti e scambio di favori. Questo aspetto del lavoro parlamentare sfugge ai più. Cercherò di capire attraverso le notizie di stampa quali siano stati i processi mentali del contorsionista Pietro Fuda, gloria calabrese approdata nel Senato della Repubblica.
2.
Salviamo innanzitutto gli amici e gli amici degli amici! Dal
Tempo del 19 dicembre 2006. Testuali parole di Maurizio Gasparri: «Al Senato poi abbiamo visto gli effetti perversi della Calabria-connection. Mi riferisco all'emendamento salva-ladri presentato dal sen. Pietro Fuda, oggi nel centro-sinistra per il partito fondato da Loiero, ma noto per mutare schieramento con più frequenza delle camicie. O mi aiutate a salvare molti amici nei guai per condanne amministrative o scendo…. Questa la sostanza della richiesta di Fuda. Subito accolta da Prodi. I maxi emendamenti non vengono scritti nei corridoi, ma dagli uffici del Tesoro, che su ordine dei vertici massimi del governo hanno beneficiato i corrotti. Fuda evidentemente si è preso a cuore le loro sorti. Le ragioni si possono immaginare. Ma non c'è solo Fuda tra quanti sono passati dalla giunta calabrese di Loiero ai palazzi romani. Del governo fa parte anche
Paolo Naccarato,

addirittura sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento, senza aver mai avuto voti sufficienti per esservi inviato dai cittadini. Ma per un fidato collaboratore di Cossiga i voti sono superflui. Fu proprio per intercessione del Presidente emerito che Naccarato, pronto a
censurare le proteste del centro-destra per il ruolo anomalo dei senatori a vita, entrò nel governo. Cossiga certamente nell'esprimere i suoi voti non tiene in considerazione le cortesia ricevuta, su evidente richiesta, da Prodi. Il quale pur di avere qualche voto in più in Parlamento ha dilatato il suo governo aprendolo a chi di voti nel Paese non ne ha preso neanche uno. Ma forse a Cossiga potrebbe spiacere la caduta del governo Prodi-Naccarato, con Fuda in panchina…». Gasparri è un uomo che evidentemente le cose le sa e sapendole può dirle, oltretutto coperto da quell’immunità che non sarebbe concessa ad un comune cittadino, il quale deve sempre limitarsi a dire il peccato senza mai nominare il peccatore. Molti articoli di questo genere, che possono leggersi nella stampa locale, sono tanto allusivi quanto incomprensivi e stucchevoli. E’ meglio non scriverli. Gasparri ha comunque incominciato a disegnare una rete di contatti e di solidarietà. A proposito della giunta Loiero dovrebbe essere eloquente anche per il più cieco degli elettori che nulla di nuovo appare sotto il sole: l’attuale Giunta è dilaniata dopo diciotto mesi (tre crisi di cui l’ultima ancora da comporre) da mere dispute di spartizione del potere. Solo gli ingenui possono aspettarsi decisioni di governo dettati dal pubblico interesse. L'articolo di Gasparri chiama in causa
Francesco Cossiga, sul quale anche io ho tentato un giudizio, ricordandalo soprattuttuto per la sua inettudine durante il sequestro di Aldo Moro, mio compianto docente di diritto penale all'Università di Roma.
3.
Fuda si difende: nessun colpo di spugna nel mio emendamento. Riporto testualmente la nota di agenzie: «ll senatore Pietro Fuda torna sulla norma del maxiemendamento della Finanziaria che ha per oggetto la decorrenza del termine di prescrizione dell'azione per risarcimento di danno erariale, dichiarando che non si tratta di “nessun colpo di spugna, né, men che meno, una norma ad personam: sono lontanissime dalla realtà le interpretazioni giornalistiche e politiche del disegno di legge che porta

la mia firma e del quale il contestato comma 1346 ha ripreso il primo dei tre punti presentati. Ritengo - sottolinea Fuda - che le incomprensioni di queste ultime ore siano nate dal fatto che, isolato dal contesto, il comma inserito nel maxiemendamento possa portare ad una interpretazione errata dell’emendamento, molto articolato, all’art. 1 L. 20/1994 e successive modifiche (L. 639/96). L’emendamento da me presentato, infatti, se recepito nella sua interezza avrebbe avuto altre due aggiunte sostanziali, come si può verificare dagli atti depositati”». Che io non capisca, è cosa pacifica. Fuda peraltro mi sembra fosse al secolo un ingegnere, non un giurista. Ma che neppure fra deputati ci si intenda, vi è di che allarmarsi. È intervenuta persino la Corte dei Conti, che o non capisce la materia finanziaria oppure chi ha fatto la legge è un gran pasticcione. La prudenza tuttavia non è mai troppa ed io resto in attesa degli sviluppi, che giungono in questa mattina del 20 dicembre. Dalla Rassegna stampa radiofonica sento dire che il testo originario cui si richiama Fuda era già stato giudicato un
»obbrobrio« e come tale era stato bocciato nella sua interezza. Resta ancora il mistero di come sia poi passata proprio la sua parte peggiore, già bocciata. Il primo attore appare ancora l'on. Pietro Fuda. Di altri responsabili sento dire che rischiano di essere “strozzati” personalmente dalla Finocchiario. Se il parlamento non è un asilo d’infanzia, è bene che si faccia quell’inchiesta interna di cui ha parlato Antonio Di Pietro.
4.
Neppure Di Pietro ci ha azzeccato! Se dobbiamo dar credito a Pietro Fuda, secondo cui il colpo di spugna non ci sarebbe stato, allora questo non lo ha capito neppure Antonio Di Pietro

che lancia tuoni e fulmini: «La norma inserita in finanziaria sui reati contabili è “un provvedimento disastroso per la credibilità dell’Unione”. Lo afferma Antonio di Pietro nel suo blog. “È un emendamento che, di fatto, allinea il comportamento dell’Unione a quello di Berlusconi - afferma il ministro delle infrastrutture -. Dopo aver combattuto a parole, per cinque anni, le leggi ‘ad personam’ del governo Berlusconi, si introduce, con un sotterfugio, una norma che impedisce allo Stato di recuperare le somme di cui si sono appropriati indebitamente funzionari e dipendenti corrotti dello Stato. Questo emendamento è di una gravità assoluta, anche perché tradisce la buona fede dell’Italia dei Valori sul fatto che il maxi-emendamento governativo rispettasse il programma dell’Unione. L’Italia dei Valori si trova, purtroppo, a condividere una responsabilità oggettiva per un emendamento non concordato. Un emendamento che non approverà. Eliminare l’emendamento non è comunque sufficiente. I responsabili vanno identificati attraverso un’inchiesta interna e vanno presi immediati provvedimenti nei loro confronti”.
5.
Regna fitto il mistero. Dall’ampio articolo della Stampa risulta comunque chiaramente che la famigerata norma produrrà gli effetti lamentati se ne se ne farà abortire l’efficacia prima del tempo.

Ci vorrà un apposito decreto per abolire il “maledetto” comma 1346. Si parla di banale errore, ma sono in molti a non credere alla possibilità di un simile errore. Infatti «rischia di far decadere il 60-70% dei processi che pendono davanti alla Corte dei Conti. Sulla soluzione d’emergenza, dopo l’allarme lanciato giovedì dalla magistratura contabile, sono tutti d’accordo, governo e maggioranza». Il mistero: «Come le prime tre righe dell’emendamento presentato nei scorsi scorsi dal senatore calabrese Pietro Fuda siano finite nel maxiemendamento, però, resta un mistero».

Di Fuda assurto agli onori della cronaca è dato il seguente ritratto: «il senatore Fuda, un ex funzionario alla Cassa del Mezzogiorno diventato poi consigliere regionale e presidente della Provincia di Reggio in quota Forza Italia e poi eletto senatore nella lista Consumatori prima di sbarcare nel Pdm di Agazio Loiero». Il problema è ora quello di evitare durante la vigenza della norma che tutti ripudiano «un periodo di ‘favor rei’ che rischierebbe di ‘graziare’ molti amministratori pubblici attualmente sotto processo». «Errore è il termine che ricorre più di frequente nei commenti, ma Roberto Manzione della Margherita, che assieme al diessino Cesare Salvi ha sollevato il caso, non ci crede. “Di tutto si può parlare meno che di errore, è la scusa meno credibile. Semmai lo sbaglio l’ha commesso chi pensava che una norma del genere passasse inosservata“»
6.
La Lega non la beve. Dall’approfondito articolo della Padania si incomincia a capire qualcosa sul merito del comma 1346, comunque passato e al momento legge dello Stato, anche se non ha ancora prodotto la sua efficacia. Non è poi tecnicamente tanto difficile. Anche i profani possono arrivarci. La norma inserita da Fuda prevede uno spostamento indietro nel tempo dei termini di prescrizione per i reati commessi da amministratori disonesti o incapaci: la norma fatta passare «di fatto anticipa l’inizio della prescrizione dei reati contabili dal momento in cui si è “verificato il danno”, ovvero l’erogazione dei soldi dello Stato, al momento in cui “è stata realizzata la condotta produttiva del danno”, ovvero della delibera che dispone l’erogazione indebita dei soldi. In pratica, i tempi di prescrizione, fissati in cinque anni, vengono quasi dimezzati». Come le parti originariamente ideate e non passate avrebbero potuto annullare un così spostamento di termine resta onere del sidernino Fuda farcelo capire. L’articolista della padania nutre i suoi dubbi. Del resto ad accorgersi prontamente dell’inghippo è stato il presidente della Corte dei Conti
Claudio De Rose.

Se fosse stato per i parlamentari, la cosa sarebbe passata in cavalleria. Ma non è ancora detto che si trovi un rimedio. Dai nostri parlamentari ci si può aspettare di tutto. La furbata del Partito democratico meridionale di Fuda e Loiero spiega a meraviglia l’82 per cento dei “no” al progetto di riforma costituzionale: le finanze dello stato italiano sono la principale risorsa del meridione. È ovvio che chi ha combinato il papocchio ha tutto l’interesse a dimenticare e a farlo passare per un banale errore: ipotesi in ogni caso gravissima. Vuol dire che o siamo governati da una massa di incompetenti o da una massa di ladroni: delle due l’una. Tertium non datur!
7.
Le bugie della Finocchiaro. Andreotti a mio giudizio un grande uomo di stato, malgrado i suoi processi, ci ha insegnato che a sospettare si fa peccato, ma spesso si indovina. Io non credo che senza l’intervento della Corte dei Conti nella persona del suo presidente Claudio De Rose i senatori Salvi e Manzione si sarebbero mai accorti della furbata calabrese, checché ne dica la Finocchiaro: ci vuole per l'appunto infinocchiare.

Del resto, è verosimile che la corte dei conti dovesse seguire momento per momento l’iter della finanziaria. Se non fa ciò la massima magistratura contabile chi altri avrebbe dovuto farlo? I singoli parlamentari (ballerine, pornostar, avvocati, calciatori, cantanti, attrici, conduttrici, giornalisti, ecc.) non hanno quelle competenze che Platone attribuiva ai governanti ideali. Secondo il filosofo greco gli attuali parlamentari dovrebbero stare in tutt’altro posto. Inoltre, si è molto polemizzato sul voto determinante dei senatori a vita. Ma perché non dovrebbero essere stati ben più determinanti i Magnifici Sette dell’emendamento 1346: Fuda, Zanda, Ladu, Sinisi, Bruno, Boccia, Iovene. Quale concreto interesse hanno avuto costoro alla presentazione dell’emendamento? Si trattava per loro di cosa di poco conto o avevano posto pesanti condizioni sul passaggio dell’emendamento, che è in effetti passato e che si tratta ora di annullare con un’apposita norma. Il colpo non è verosimilmente riuscito per il tempestivo intervento della Corte dei Conti. Si è parlato giustamente di un’inchiesta interna da fare. Ci auguriamo che l’ex-pm Di Pietro la faccia e se vuol fare il moralista giustizialista sappia guardare anche al suo interno, nella sua coalizione di governo. Non sono un investigatore, ma i Magnifici Sette entrano a pieno titolo in questo Osservatorio.
8.
L’inconsapevole Fuda. Da questo Editoriale de “Il Riformista” si affacciano nuove ipotesi. I firmatari del famigerato emendamento 1346 sarebbero stati inconsapevoli di ciò che firmavano.

Ma allora vuol dire che non era farina del loro sacco? E chi dunque l’autore di tanto acume? «E visto che la trama del giallo è talmente avvincente da aver appassionato anche il capo dello Stato - che ha invitato il governo a riparare subito all’«errore» - ci chiediamo: di chi sarà mai - se esiste - la fantomatica mano che ha armato l’inconsapevole penna di Fuda? E poi: le irrevocabili dimissioni annunciate ieri dall’alto commissario anti-corruzione hanno qualcosa a che vedere con il 1346?» Di certo Fuda, che nasce alla politica come funzionario della Cassa per il Mezzogiorno, non è uomo di profonda cultura e sensibilità giurdica o istituzionale, deve aver agito su sollecitazioni ricevute. Ma da chi e perchè?
9.
Iovene si dissocia, ma incastra Fuda. Riporto testualmente il breve articolo: «'Negli articoli dei quotidiani di oggi sul 'colpo di spugna' per i reati contabili si riporta la circostanza, vera, della mia firma in calce all'emendamento originario. Confesso un duplice peccato di leggerezza ed eccesso di fiducia'. E' quanto dichiara il senatore dell'Ulivo Nuccio Iovene.

'Agli inizi dell'iter della finanziaria al Senato - spiega Iovene - ho ricevuto la telefonata del collega Fuda che mi chiedeva, essendo stati eletti nella stessa regione, la disponibilita' a sottoscrivere un emendamento <
>, gia' firmato dal vicecapogruppo dell'Ulivo Zanda e da altri colleghi - sottolinea Iovene - che riguardava i contenziosi amministrativi. Ho risposto al telefono di sì, senza approfondire, e questa e' la mia principale colpa. Confidavo sull'autorevolezza delle altre firme e sull'esame sempre severo che sarebbe stato fatto dalla commissione, dalla maggioranza, dal relatore e dal governo, esame che falcidia normalmente migliaia di emendamenti facendo passare solo quelli largamente condivisi e ritenuti indispensabili. Per me e' una lezione per il futuro'». Apprendiamo per confessione diretta che i nostri rappresentanti istituzionali peccano di “leggerezza”. A questo punto resta da chiedersi come mai l’ing. Fuda abbia pensato ad una norma, il 1346, il cui senso è chiaro. Egli dice che se il suo emendamento fosse stato accolto per intero non vi sarebbe stato nessun “colpo di spugna”. Ma allora perché non ha ritirato un emendamento che avrebbe prodotto un effetto da lui non voluto? Doveva intervenire la Corte dei Conti perché lui se ne accorgesse? Ma l’on. Fuda possiede capacità di intendere e di volere? Normalmente, per ogni norma esiste una specifica lobby. L’on. Fuda ha pensato e fatto tutto da solo o ha avuto consulenti e referenti? E quale il suo interesse o la sua competenza specifica sulla materia del 1346?10. Non si trattava di errore. Dall’articolo del Giornale emerge un’ampia concertazione che vede coinvolti altri soggetti. Leggo diversamente i fatti esposti dall’articolista. Intanto si conferma che ad accorgersi dello scandalo è stata la Corte dei Conti. I parlamentari non hanno avuto nessuna resipiscenza: il provvedimento è passato e si tratta ora di annullarne gli effetti. Solo la denuncia esterna al Parlamento ha indotto molti parlamentari a dissociarsi, parlando di un banale errore. Giustificazione inammissibile! Dai controlli “ferrei” disposti dagli uffici del Senato è emersa l’esistenza di un analogo precedente emendamento, firmato questa volta da tutto l’Ulivo, compresi i Ds e perfino l’Italia dei Valori (esclusi Verdi, Comunisti Italiani e Rifondazione). Tra i firmatari di precedenti analoghi emendamenti spiccano due diessini: Nuccio Iovene (che abbiamo visto dissociarsi da Fuda per l’ultimo identico emendamento) e Rosa Villecco,
pure lei calabra del cosentino, vedova di Nicola Calipari finita in parlamento per meriti vedovili secondo un costume italico di sostegno a vedove ed orfani, caricandole nel primo pensionificio d'Italia: il Parlamento. La presenza più imbarazzante pare quella di Aniello Formisano, del partito di Antonio Di Pietro ma di cui non trovano riscontro i natali calabresi individuati da "il Giornale" in Vibo Valentia. «Il primo firmatario anche di questo secondo emendamento è sempre l'immancabile Pietro Fuda, ingegnere, eletto nella lista Codacons e aderente al Pdm, il partito del governatore della Calabria, Agazio Loiero. Oltre a quelle della vedova Calipari, di Iovene e di Formisano, le altre firme sono dei senatori Giannicola Sinisi, magistrato di Andria, Salvatore Ladu, sardo, tutti e due senatori Dl, e Franco Bruno, ingegnere pure lui come Fuda e plenipotenziario sempre della Margherita in Calabria. C'è anche la firma del senatore Luigi Lusi, molto legato a Rutelli, cotesoriere dell'Ulivo e che dell'attuale vicepremier è stato il tesoriere nella campagna elettorale del 2001». Non è ancora tutto chiaro, ma nella “cabina di regia” emerge un nutrito drappello calabrese con solidarietà nazionali. Di “errore” comunque non si tratta.
10.1 - Reati contabili, sospetti su Rutelli: aggiornamenti del 7 gennaio 2007 di Roberto Scafuri. Il testo è troppo circostanziato e troppo fitto di numeri e dati. Non è riassumibile. Ne traggo solo dati da tenere a mente. Le date si spostano indietro nel tempo da quella storica dell’11 dicembre al 30 ottobre. L'analisi logica porta indefettibilmente ad interrogarsi sui beneficiari della norma vituperata ed i sospetti potrebbero cadere su Rutelli, se non fosse stata troppo forte la denuncia della “porcheria” da lui fatta. Francamente io non riesco a crederlo capace di tanta simulazione. Se mai potrebbe essere qualcuno che per spirito (eroico?) di sacrifico e a sua insaputa volesse fare un lavoro sporco, per giunta non richiesto e a tutto suo rischio. Non mi piace ragionare in queste cose per ipotesi. Ci vogliono ben solide prove. Intanto, spunta fuori un nome nuovo, quello di Emilio Delbono, della Margherita, che in data 30 ottobre firmò alla Camera un emendamento identico a quello »famigerato» a firma Fuda. Quest'ultimo sembrerebbe non la mente di qualcosa più grande di lui, ma un agente prestanome. Gli indizi portano Poirot sempre agli ambienti della Margherita. Ma occorre andar cauti. Riporto integralmente il testo dell’articolo che da qui può essere linkato:
Da Il Giornale online -n. 6 del 2007-01-07 pagina,
Reati contabili, sospetti su Rutelli
di Roberto Scafuri
L’emendamento sulla prescrizione era già stato presentato il 30 ottobre alla Camera da un altro deputato vicino al vicepremier: che però smentisce e minaccia querele. Nella maggioranza parte la caccia al mandante del “comma 1343”, rinnegato da tutti. Roma - Si frequentano. Gomito a gomito: stessi tavoli, stessi parquet, stesse sale ridondanti. Sono sotto gli occhi di tutti, come nei migliori gialli di Agata Christie.
Sono i colpevoli del 1343: il Mandante e la Manina. Eppure Romano Prodi ha dapprima sostenuto che il comma 1343 infilato a tradimento della Finanziaria (ora cancellato), sia stato un mero «errore». Ieri però il premier ha chiaramente fatto intendere che il cerchio va chiuso: «Anch’io sto cercando con cura il mandante».
Come avrebbe fatto Hercule Poirot, principe degli investigatori della Christie? Avrebbe ancora una volta dipanato il filo degli avvenimenti, così che «maggiordomo» e «mandante» saltassero con evidenza anche all’occhio più disattento.
Prima tappa: il movente. Poirot avrebbe cominciato borbottando, nel suo inconfondibile accento francese: «Ehm, vediamo... Cui prodest?».
La norma avrebbe sollevato da pendenze contabili una miriade di amministratori pubblici. In prevalenza, sindaci. Dunque una manna caduta dal cielo a beneficio di tanti. Tanti interessati, colpa suddivisa; tanti colpevoli, nessun colpevole. Come in «Assassinio sull’Orient Express», ci si trova di fronte a una pletora di interessi coincidenti. Chi ha però impresso il «moto» deve essere per forza di cose un uomo molto potente e capace di far «pesare» parecchio la propria influenza. Dunque, siede al governo. Presumibilmente, ha una cognizione diretta dei problemi dei sindaci ed è disposto a farsene carico in quanto, suggerirebbe l’intuito a Poirot, è stato anche lui «vittima» della Corte dei conti.
L’identikit del nostro investigatore cala a pennello su un ex sindaco importante, di un partito che esprime da decenni la classe dirigente negli enti locali. Al governo non ce ne sono tanti. Anzi ce n’è solo uno. Monsieur Rutellì! (ma il vicepremier smentisce e minaccia querele), cogiterebbe Poirot. «Supposizione, semplice supposizione, per ora niente di più», aggiungerebbe.
Seconda tappa: i fatti. «I fatti parlano da sé, basta saperli vedere e non farsi fuorviare dalle apparenze», suole ripetere Poirot. E difatti: la prima proposta di emendamento alla Finanziaria «in tema di prescrizione dell’azione di responsabilità amministrativa» non è del senatore Fuda. Sorpresa: risale al 30 ottobre 2006, presentata in commissione Bilancio della Camera da Emilio Delbono. Chi è questo Carneade?
Un deputato bresciano di 41 anni, già consulente legale per la Confederazione delle coop bianche, nella Dc fin da quando aveva calzoni corti, ora nell’Ulivo, vicino a Castagnetti, a Bobba e alle Acli. Secondo prassi ai peone si comunica: «Onorevole, abbiamo firmato alcuni emendamenti per lei...». È possibile che sia andata così, che l’emendamento rubricato con il numero 80.0.19 (atti Camera, commissione V) sia stato soltanto «commissionato» a Delbono. Il primo comma dell’articolo proposto in aggiunta all’art.80 della Finanziaria recita: «Al comma 2... le parole: “si è verificato il fatto dannoso” sono sostituite dalle seguenti: “è stata realizzata la condotta produttiva di danno”». La coincidenza con il comma 1343, il «famigerato Fuda», ha dell’incredibile. Un ingenuo ne dedurrebbe che la paternità del comma 1343 vada a Delbono e non a Fuda. Non Poirot, cui la circostanza suggerisce piuttosto una serie di indizi. Primo: che la norma la si voleva inserire già da tempo e non è stata un’idea repentina di un Fuda qualunque (con tutto il rispetto). Secondo: che nasce alla Camera e non al Senato. Terzo: che nasce ancora una volta in ambiente Margherita. Tre indizi fanno una prova? Forse, ma non per Poirot.
Terza tappa: i passi falsi. L’errore è dietro l’angolo. Le cose non girano mai come dovrebbero. Alla Camera l’emendamento Delbono non passa. Si riprova in Senato, dove il dielle più alto in grado nell’Ulivo è Luigi Zanda.
Zanda
è ben introdotto in tutti gli ambienti che contano, dalla Lanzillotta (ministro della Funzione pubblica) a Rutelli (vicepremier, ministro dei Beni culturali ed ex sindaco di Roma per dieci anni). Passa per rutelliano di ferro, anche se le comunicazioni tra i due attraversano ogni tanto inspiegabili black-out. Conosce Fuda, i due ammettono di aver parlato del problema degli amministratori pubblici e di averlo condiviso. Tanto che la prima versione del comma 1343, presentata in data 8 dicembre da Fuda, reca la firma di Zanda al secondo posto. Seguono le firme di Sinisi,
Bruno
, Boccia,
Ladu
e Iovene (tutte le componenti della Margherita, tranne i parisiani, più l’avallo di Iovene
dei ds). I commi sono quattro. Si sa che nel governo sono in molti a non gradire, si cercano nuovi adepti. Zanda davanti a testimoni sconfessa il coordinatore degli emendamenti dielle, Luigi Lusi,
«reo» di non avere «gli attributi per spingerla», e lo costringe a passargli la pratica: «Al tavolo mi siedo io». L’11 dicembre viene presentata una versione ridotta all’osso, due soli commi (rubricata come num.18.2032), firmata da Fuda, Sinisi, Bruno, Lusi, Ladu, Villecco Calipari,
Iovene e - sorpresa - Formisano.
Aniello Formisano, capogruppo dipietrista, si pente subito. O, meglio, quando l’emendamento diventa un «caso» nazionale, e Di Pietro per primo dice di voler scovare la «manina». È talmente pentito da esprimere ai quattro venti la sua sete di verità. «Scoverò chi l’ha infilata», minaccia. Con la stessa veemenza ieri ha negato di aver firmato il documento (che risulta agli atti della commissione Bilancio del Senato). «Canta il gallo che ha fatto l’uovo», sorriderebbe Poirot.
Quarta tappa: la dinamica. Chi tende trappole spesso vi casca dentro (cfr. anche «Delitto perfetto» di Alfred Hitchcock). L’emendamento, sia pure in versione ridotta, non passa alla «cabina di regia» del pomeriggio dell’11 dicembre. Zanda informa la Finocchiaro
e Fuda. Alle otto di mattina del 12 dicembre, Zanda incontra Fuda in Senato (Fuda nega): la versione finale del comma, iper-ridotta, viene predisposta da un funzionario esecutivo dell’ufficio legislativo del gruppo. Il foglio con il testo verrà inserito nella cartellina degli emendamenti da tradurre su di un «file» per il ministero. Rush finale: in via XX settembre, pomeriggio del 13 dicembre. Alla riunione partecipano in quattro. Devono decidere che cosa inserire nel «maxiemendamento»: compito per il quale il capo di gabinetto del Tesoro, De Ioanna, può esprimere soltanto compatibilità «tecnica» e il parlamentare Morgando,
relatore del testo, non può esporsi più di tanto. Il «sì» o il «no» di ultima istanza è una scelta politica, e spetta ai rappresentanti del governo. Ci sono due sottosegretari: Nicola Sartor,
«tecnico» prodiano chiamato apposta per la Finanziaria, e Giampaolo D’Andrea.
Inutile dirlo: Margherita di rito mariniano, ripescato al governo dopo essere stato bocciato dagli elettori.
Chi ha pronunciato il fatidico «sì»? Per conto di chi? «Il catalogo è questo - avrebbe celiato amabilmente l’investigatore Poirot a questo punto -... Les jeux sont faits!, Monsieur Prodì. Ora fate il vostro gioco, individuate il colpevole».
11. Anna la strozzina e l'ombra dell'Opus Dei. Un recente articolo online de La Stampa offre nuovi elementi sulla telenovella del colpo di spugna.
Preferisco riesporre i fatti narrati nell’articolo, salvo l’invito fatto ad ognuno di rileggersi le mie fonti. Non dispongo di informazioni dirette, ma solo di fonti indirette che cerco di interpretare mettendole a confronto. Un metodo che si è rivelato spesso utile. Intanto si insiste politicamente sull’errore e Anna Finocchiario va dicendo che se conoscesse il responsabile del papocchio, lo strozzerebbe con le sue mani. È probabile che lo conosca, ma non lo voglia dire. Dei politici si può e si deve sempre diffidare, non essendo migliori dei comuni cittadini. Del resto, errore o non errore, è ormai inconfutabile l’esistenza di una banda di mariuoli che si aggirano fra le “segrete” stanze del potere. Il nome dei responsabili della mariuoleria è stato chiesto direttamente al papà Romano Prodi, che però “ha tergiversato, evitando di dare una risposta diretta”. Che sappia o non sappia, è cosa assai grave in ogni caso: complicità nel primo caso, inettitudine nel secondo. Incominciamo a conoscere le sue “medicine”. La figura dello “scienziato” Padoa-Schioppa è fortemente incrinata non solo dalla sua ex-moglie, ma anche da casi come questi. Emerge nell’articolo il nome di Luigi Zanda.
Chi è costui? Non un calabro, ma un laziale nato in Sardegna. Di lui si dice che «si è mosso su mandato dei senatori calabresi della margherita e dei Ds». Da Zanda si sale a Rutelli già tirato in ballo dai leghisti. Ma questi ha reagito sdegnosamente. Sulla potenza di Zanda si insiste nell’articolo, definendolo al tempo stesso uomo di Rutelli e dell’Opus Dei, che ha certamente amici nelle alte sfere del ministero dell’economia. Viene così chiamato in causa tal Paolo De Ioanna, capo di gabinetto di Tommaso non il Santo, ma solo Padoa Schioppa. Paolo ammette che presso di lui Zanda “stava insistendo molto”, ma di aver messo la cosa nelle mani del sottosegretario Enrico Letta, che disse: «quella norma deve rimanere fuori».
Ma invece finì dentro nella notte di lunedì 11 dicembre. Domanda: «chi sarebbe stato il terminale di Zanda al tavolo di palazzo Chigi?» Viene fuori il nome di Gianpaolo D’Andrea, uomo con la fedina penale pulita, che insiste sulla teoria dell’errore materiale, di cui tuttavia resta da capire la meccanica. Virgolettato di Gianpaolo: «Non avete idea con quale concitazione si scrivono i maxi-emendamenti, fino a notte fonda, con una montagna di carte sui tavoli. Magari un funzionario, sbagliando, ha messo quell’emendamento, che è diverso da quello originario di Fuda. E alla fine, in mezz’ora, chi si legge tutta quella roba per vedere se c’è qualcosa che non va? Si sta montando una tempesta in un bicchiere d’acqua». Già! Siamo proprio in buone mani. La meccanica si perde dunque in un anonimo “funzionario” che avrebbe combinato il pasticcio. Bella professionalità! Con quel che sono pagati i funzionari degli organi costituzionali i cittadini pensano a torto di aspettarsi un servizio migliore.
Ma se è questo il servizio di cui sono capaci, tanto vale incominciare a risparmiare ritoccando i loro stipendio ed uniformarli agli altri ministeriali. Ma non è detto che sia vero quel che dice Gianpaolo ed è facile addossare la colpa a soggetti destinati a restare anonimi e indistinti. Torniamo però all’attore principale del dramma. Riporto testualmente dal giornale senza riassumere o parafrasare: « Ecco, ritorniamo al senatore calabrese Fuda. Si era ipotizzato l’interesse di amministratori calabresi, del quale si era fatto latore il governatore Agazio Loiero. Il presidente della Regione, qualche giorno prima di quella notte, era andato da Romano Prodi: il veleno delle supposizioni riporta la voce di un pressing sul premier affinché quella norma venisse inserita. Anche perché, se così non fosse stato, Fuda non avrebbe votato la fiducia sulla Finanziaria. E la crisi della giunta calabrese non si sarebbe risolta. Andiamo da Fuda. Chi è stato? La prende alla larga. Dice che a volere una nuova regola garantista per i reati contabili sono “decine di migliaia (!) di amministratori locali”. “Secondo voi l’Anci è estranea a tutto questo?“, lascia cadere lì il senatore calabrese». Avevo già prima ipotizzato che Pietro Fuda non poteva essersi sognato la notte il “colpo di spugna” per fare un grazioso regalo di Natale a qualcuno. Doveva necessariamente essere il terminale di qualcuno. Ma ecco che questo qualcuno diventano “decine di migliaia” di amministratori locali. Santo Iddio!
I Comuni in Italia, se non erro, sono 8.100. Non è che fra queste “decine di migliaia” ve ne sia qualcuno in particolare, un “ad personam” che da uno diventa centomila e poi nessuno? Del resto, se davvero sono così tanti gli amministratori che hanno la coscienza oppressa, allora siamo a livelli di corruzione sudamericana o africana. Si comprende bene l’82 per cento di “no” all’ipotesi di riforma della costituzione, per ridurre i trasferimenti o anche il numero delle vedove e degli orfani illustri graziati in Parlamento. Il mistero resta da chiarire, anche se incomincia ad apparire qualche dettaglio di un ampio scenario.12. Un chiarimento che non chiarisce ma inquieta. Entra qui in scena il sottosegretario all'Economia Alfiero Grandi,
il quale crede di chiarire qualcosa ma in realtà getta ombre ancora più inquietanti sul modo “democratico” in cui si governa questo paese, che pensa di possedere tanta democrazia al suo interno per poterne esportare altrove. Egli dice che l’emendamento con firma Fuda era a lui giunto il lunedì 11 dicembre: «Quando l’emendamento venne illustrato apparve chiaro che avrebbe avuto la spiacevole e inaccettabile conseguenza di accorciare i tempi di prescrizione dei reati degli amministratori. In “cabina di regia” ci fu una breve ma chiara discussione. Il governo, in questo caso rappresentato dal sottoscritto oltre che dal collega D’Andrea,
si pronunciò nettamente contro questo emendamento e ne chiese il ritiro. La maggioranza, dopo una discussione, si disse d’accordo e incaricò un senatore (Zanda detto Zorro?-NdR),
sempre di maggioranza, di contattare il senatore Fuda e chiedergli, a nome di tutti, di non insistere sull’emendamento». La decisione negativa fu comunicata al principale interessato (Fuda), che sembrò desse il suo consenso. A questo punto della storia può però essere interessante conoscere anche il nome del senatore che recò l’ambasciata a Fuda: «Dopo qualche minuto arrivò il consenso dell’interessato e l’emendamento fu definitivamente e all’unanimità respinto. Quindi, i lavori della “cabina di regia”, come può confermare chi era presente, si sono conclusi con un No all’emendamento, senza ambiguità. Non possono esistere equivoci, sulla conclusione unanime della riunione del governo e della maggioranza, in merito all’emendamento». È ancora interessante conoscere in quale forma arrivò qualche minuto dopo il consenso dell’interessato: per posta? Tramite un emissario? Venne lui stesso? La teoria dell’errore contrasta con il fatto che lo stesso emendamento è poi riapparso “per di più rimaneggiato” nel maxiemendamento sottoposto in blocco al voto di fiducia. Se la teoria dell’errore presuppone un semplice erroneo inserimento meccanico (un funzionario stanco e distratto, un foglio volato da una parte del tavolo ad un’altra parte dello stesso tavolo, o su un altro tavolo passando per la finestra, e simili delizie congetturali), il “rimaneggiamento” del testo comporta una specifica intenzionalità, cioè il dolo. Siamo cioè al di fuori dei normali procedimenti di produzione normativa. Qualcuno ha inserito di soppiatto un testo che era stato bocciato. Penso che un magistrato avrebbe di che lavorare e l’idea dell’inchiesta interna lanciata dall’ex PM Di Pietro mi pare tutt’altro che peregrina. Del resto, lo stesso Grandi pare poco credibile quando sembra avvalorare la tesi dell’errore tecnico e fa sorgere il sospetto che egli sappia più di quanto non dica e che forse voglia coprire qualcuno.13. Per Rutelli l’emendamento Fuda è una “porcheria”. Come prima conseguenza di questa chiamarsi fuori di Rutelli – che evidentemente non sapeva cosa faceva il suo fedelissimo Zanda o almeno così da ad intendere – vi è l’isolamento politico di Pietro Fuda, che ha un bel prendersela con le interpretazioni giornalistiche. Adesso anche Rutelli
dice che si tratta di un “porcheria”: sempre e soltanto un porcheria, prima e dopo il rimaneggiamento, nel suo testo originario e mel suo testo finale. Che però Rutelli dica di non saperne nulla, non risolve nulla. Questa sera il presidente della Repubblica ha fatto un discorso sul pericolo di scollamento fra istituzioni e cittadini. Non ho sentito citare espressamente il nome del sidernino Fuda, un calabrese finalmente volato in parlamento, ma il riferimento è quanto mai appropriato e pertinente. Proprio per questo Rutelli non può pensare di cavarsela a buon mercato: «Come si sia infilata nella finanziaria questa norma - ha proseguito Rutelli - lo ignoro. Io stesso lo ho appreso dai giornali e dalle agenzie. In precedenza avevo suggerito una revisione prima di presentare il maxi emendamento ma talvolta succede che in Parlamento si infili un foglietto senza né padre né madre. A prescindere da chiunque abbia fatto questa stupidaggine è il caso di liquidarla il prima possibile».14. Napolitano firmerà l’emendamento Fuda? Nell’articolo della Padania si pongono delicati problemi di ordine costituzionale. Così si legge nella Padania: «Il “fattaccio” dell’emendamento Fuda, di fatto imposto al Parlamento con il voto di fiducia sul maxi-emendamento alla Finanziaria e che apre la porta a una voragine di prescrizione dei reati amministrativi, è l’ultimo degli esempi. Quel testo dimostra che in una maggioranza “confusa” è facile, nell’articolazione delle leggi, intrufolare di tutto. “Questa è una Finanziaria che contiene una sanatoria degli illeciti per gli amministratori pubblici”, dice senza mezzi termini Angelo Alessandri, presidente federale della Lega Nord. Alessandri punta il dito sulla manovra economica varata dal Governo Prodi e si chiede se il capo dello Stato firmerà questa legge.
“Un presidente della Repubblica può firmare una Finanziaria che contiene la sanatoria degli illeciti per gli amministratori pubblici?”, si domanda l’esponente del Carroccio che insiste: “Il ministro Antonio Di Pietro voterà questo ennesimo indulto, stavolta politico? Non si infurieranno tutti quei cittadini che fino a qualche mese fa tuonavano contro i condoni? Napolitano non pensa che sarebbe meglio l’esercizio provvisorio piuttosto che questa manovra vergognosa?”». Per me Napolitano non è però il personaggio neutro e neutrale che si pretende che sia. Resta un vecchio comunistra espressione di un ben determinato equilibrio politico. Anche se ha poco da perdere – credo – dubito che farà il padre della patria, di una patria che non ha mai avuto padri, ma solo profittatori di ogni specie e di ogni risma.15. Contro Fuda anche la lista dei consumatori, consumati da Fuda e con Lui volati in Parlamento. Riporto testualmente dall’articolo de “il Giornale”: «Contro il papà dell'emendamento si è scatenata addirittura la Lista consumatori, tito l'elezione di Fuda al Senato: la Lista, si legge in un duro comunicato,
“censura fortemente l'operato di Fuda”». Nell’articolo del 16 dicembre si dice che «Per cancellare l'emendamento Fuda il Consiglio dei ministri si riunirà il 27 dicembre, quando con un decreto verrà abolita la norma sui reati contabili dal momento che non vi sono altre forme possibili di modifica. Tecnicamente la riunione si svolgerà per approvare il decreto di fine anno, ma servirà soprattutto a “porre rimedio” all'ultimo scivolone di questa Finanziaria. Un incidente che rischia di costare caro al governo. La maggioranza si è trovata dunque a votare ieri la fiducia a una Finanziaria con quel comma imbarazzante e incombente,ancora nero su bianco, in attesa del Cdm post-natalizio. Antonio Di Pietro, il ministro più adirato, ha chiesto “un chiarimento politico all'interno della maggioranza”, altrimenti “usciamo dal governo”.
E il portavoce dell'Italia dei Valori, Leoluca Orlando, si è spinto più in là: Prodi deve “dimettersi dopo la Finanziaria per imporre alla coalizione un momento di riflessione, confronto e, soprattutto, chiarimento”. Deve “aprire formalmente la crisi”». Insomma, un pasticcio che trova in Pietro Fuda, un calabrese volato in parlamento, la sua tragicomica genesi.16. Anche l’ANCI sconfessa Fuda che è costretto a rimangiarsi quanto aveva prima detto. Chi segue questa rassegna stampa è pregato di andarsi a rileggere sopra al n. 11, al punto del testo compreso fra le due foto di Loiero, dove è riportato una dichiarazione di Fuda («Secondo voi l’Anci è estranea a tutto questo?», lascia cadere lì il senatore calabrese».) raccolta dal giornalista.
Fuda dovendo alla fine pur dire chi gli facesse fare tanta fatica, che nella storia della repubblica non ricordo abbia mai raccolto tanta impopolarità e unanime esecrazione, aveva tirato in ballo l’ANCI e decine di migliaia di amministratori. Adesso scende in campo l’ANCI che non solo lo sconfessa ma costringe l’incauto sidernino a ritrattare ciò che aveva prima dichiarato. Riporto testualmente parte dell’interessante articolo che chi vuole può linkare: «…E mentre si registra un certo disgelo nei rapporti tra Tesoro e industriali, rimane invece sempre molto alto lo scontro in Parlamento tra i Poli sull'ormai notissimo comma 1.346 del maxiemendamento, meglio noto come «comma Fuda», che allarga le maglie per la prescrizione dei reati contabili commessi contro la Pubblica amministrazione. Oggi vengono coinvolti anche l'Anci e lo stesso senatore Pietro Fuda: l'Anci dichiara di non aver avuto nessun ruolo di suggeritore per la norma che evidentemente interesserebbe molti amministratori locali. E lo stesso Fuda conferma. La Cdl va all'attacco del comma incriminato. Elio Vito per Forza Italia, Carlo Giovanardi per l'Udc, Roberto Cota per la Lega e Maurizio Gasparri per An polemizzano, sottolineando che «Chiti pone la fiducia su un testo in favore dei corrotti». La replica a Roberto Giachetti, dell'Ulivo: «Il governo porrà riparo a quell'errore materiale con un decreto». Un decreto che sarà varato da un Consiglio dei ministri straordinario il 27 dicembre.…». Ed allora? Al lettore malizioso le deduzioni!17. La manina furtiva: so chi è stato! La notizia forte della giornata l’ho però appresa dalla rassegna stampa di radio radicale di oggi 21 dicembre, ma non trovo il preciso testo online. La registrazione con lettura del testo si può trovare al minuto 52:25-55:09 in Stampa e regime. Si tratta di un’intervista al sen. Roberto Manzione fatta dal giornalista Roberto Scafuri de “il Giornale”, a pagina 2 dell’edizione cartacea. Manzione ha mandato una lettera ai suoi colleghi di gruppo e rende responsabile dell’operazione fraudolenta Zanda, detto scherzosamente dai suoi colleghi Zorro
in quanto dove passa lui lascia il segno, purtroppo molto spesso negativo. Zorro minaccia “ripercussioni legali”, ma Manzione non se ne preoccupa e pretende le dimissioni del responsabile della “porcheria”. Vi sarebbe stato un incontro mattutino alle 8 fra Zanda e Fuda, ossia la mattina dopo che l’emendamento era stato bocciato. Il giornalista ossserva che non vi sarebbero prove che in quella mattina sarebbe stata redatta la versione mini dell’emendamento. Manzione insiste che ha motivo di pensare quel che pensa e che scrive nella sua lettera ai colleghi del gruppo. Il testo di Roberto Scafuri che si trova nel Link sopra riportato è comunque assai ricco di dettagli e godibilissimo. Se ne raccomanda la lettura integrale. Ne riporto qui un ampio estratto: Come sono andati davvero i fatti? Per certo, la norma 18.0.3 viene presentata dal senatore Pietro Fuda, sottoscritta dai rappresentanti di tutte le componenti della Margherita (tranne i parisiani) e dallo stesso Zanda, e consta di quattro commi. In una «cabina di regia» precedente all’11 dicembre, secondo la versione di Fuda al Giornale, sarebbe stata accettata: «Ero io presente». Ma nessuno degli altri protagonisti ricorda una riunione del genere. Acclarata è invece la cabina di regia di lunedì 11 dicembre, «una ristretta» la definisce Fuda che non vi partecipa. In questa riunione il governo boccia la norma. Zanda ne prende atto, e telefona a Fuda per informarlo. «Mi disse - racconta Fuda al Giornale - che avevano ritenuto quella sede (la Finanziaria, ndr) non adatta e che avremmo fatto una legge apposita...». Come avviene in questi casi, il foglio dov’è scritta la norma viene accantonato e non entra nella cartellina delle proposte parlamentari per il maxiemendamento. La cartellina è tenuta gelosamente dai due responsabili di Ds e Dl, ovvero i senatori Lusi
e Legnini.
Non sono ancora le 8 di mattina di martedì 12, e il Palazzo è deserto, quando il senatore Fuda infila il corridoio che porta ai locali del gruppo dell’Ulivo. Conosce la strada, e d’altronde commessi in giro, a quell’ora se ne vedono pochi. Secondo quanto afferma il senatore Manzione, è lì per incontrare Zanda, e decidere il da farsi. Zanda, interpellato in proposito tramite portavoce, non conferma né smentisce l’incontro. Fuda invece nega con veemenza: «Lo escludo! Stiamo dando i numeri, per amor del cielo! Sono atterrito dal finimondo che si è scatenato: avessi saputo, avrei strappato 50 volte la mia proposta che era ben più ampia di quella infilata nel maxiemendamento, a opera di chissà quale giurista...». Fatto sta che per l’intera giornata di martedì le informazioni sui contenuti girano. È in questo lasso di tempo, presumibilmente quando la sorveglianza del duo Lusi-Legnini si affievolisce, che la famosa «manina» trasferisce nella cartellina un foglio con l’emendamento Fuda in versione ridotta. Una piccola squadra di funzionari esecutivi trasferisce i fogli su di un «file», che la mattina di mercoledì 13 viene caricato su una «penna elettronica» e portato al Ministero. Siamo all’epilogo: dalle 13 fino alla mezzanotte e oltre, i sottosegretari Sartor e D’Andrea, assieme al relatore Morgando e al capo di gabinetto del ministero, De Ioanna, danno un’ultima occhiata ai commi che finiscono nella Finanziaria. A nessuno viene in mente che «il colpo di spugna» è già stato bocciato dal sottosegretario Grandi nella «cabina di regia». Ma la «manina» ha ormai colpito, Zanda si tira fuori, Fuda non c’era.
E per Rutelli è «una porcheria».
L’ambasciatore di cui sopra al n. 13 era dunque Zorro. Il mistero sembra in buona parte chiarito, anche se restano pesanti le responsabilità e si minacciano "ripercussioni giudiziarie" non si sa contro chi, da chi e per cosa. In ogni caso i cittadino hanno il diritto a che sia fatta piena luce sul funzionamente della Massima Istituzione che fa le leggi e soprattutto impone le tasse che tutti dobbiamo pagare, o almeno quelli che non se ne possono sottrarre. Da questa storia, possiamo in genere parlare dei nostri Onorevoli come di uomini che hanno un personalissimo senso dell'onore e del pudore.INTERMEZZO: ANCHE IO LO CONOSCO E SO COME OPERA
Alla luce di quanto sopra appreso su chi è Fuda, che ora posso dire di conoscere, e su come opera, e su quali interessi pare sensibile, può essere utile narrare una vicenda personale avvenuta quando lui era Presidente della Provincia di Reggio Calabria. Narro l'episodio nel modo più succinto possibile con lo scopo di evidenziarne i soli aspetti amministrativi-contabili. Può darsi che le connessioni siano puramente casuali come può darsi che in Fuda vi sia tutto un modo di intendere l'amministrazione pubblica che è quella rivelata dal suo famigerato emendamento che certamente resterà negli Annali della storia del Parlamento italiani a imperitura gloria dei grandi contributivi "coscruttivi" di cui la Calabria sa essere capace.Vi era stato un convegno su un certo Leonzio Pilato, voluto e finanziato dalla provincia con una spesa incredibile che pare toccasse i 300 milioni di lire. Dico pare perché per saperlo con certezza avrebbe dovuto dirlo la stessa Provincia. Il grottesco è che il convegno avrebbe in realtà avuto avere una ricaduta tutta paesana, facendo nascere il personaggio in un paese della provincia. Ad essere precisi: Seminara, dove è stato pure eretto un monumento. Non nacque in Seminara. Ne ho scritto un abbozzo di satira che ha avuto una certa diffusione e sgradevoli ripercussioni. Non è questo il punto su cui voglio ora soffermarmi.In questo contesto vi fu una mia lettera su carta intestata del mio Dipartimento Universitario, dove chiedevo che sulla base della corrente normativa in fatto di trasparenza amministrativa mi venisse resa nota l'ammontare della spesa. Non importa se nell'ammontare complessivo e nei dettagli. Ero pronto anche ad accettare un diniego con o senza motivazione. Avevo fatto due volte la stessa richiesta: al presidente della provincia prima di Fuda, ossia tal Calabrò, e poi allo stesso Fuda, che essendo del mio stesso partito avrebbe per lo meno dovuto avere qualche riguardo. Manco per sogno! Il fatto strano però che mi fece andare su tutte le furie e che produsse conseguenze quasi cruente è che la risposta non pervenne a me stesso che avevo firmato e inoltrato per ben due volte la stessa richiesta: credo una prima volta con carta semplice ed una seconda volta con carta intestata della mia università. Infatti, in Calabria, non basta essere semplici cittadini. Bisogna "qualificarsi" (Io sono...) oppure farsi raccomandare da Qualcuno.20.
I misteri restano e Fuda parla persino del suo emendamento come di una norma di
garanzia e civiltà giuridica. Dal testo dell’articolo emerge l’ipotesi delittuosa che io avevo intravisto. Essendo stata chiaramente truffaldina l’introduzione di una norma che era stata chiaramente bocciata nella normale produzione normativa, entra in scena l’art. 640 del codice, che punisce la truffa.

Qualcuno dovrebbe dunque rispondere per aver reintrodotto clandestinamente la norma cassata. Per la verità, non riesco a capire come si possa a priori escludere la responsabilità degli stessi firmatari, che sembra non c’entrino nulla, o almeno si tirano fuori da ogni responsabilità. Pietro Fuda dice addirittura che il suo emendamento, almeno nel suo spirito originario, sarebbe addirittura una “norma di civiltà giuridica”. Io proprio non la vedo, ma lui è un ingegnere esperto di pubblica amministrazione eg egli stesso ex-amministratore della Cassa del Mezzogiorno, da dove inizia l’irresistibile ascesa che con lui “fa volare” la Calabria in pieno Parlamento. Certamente, vi sarà ancora da indagare sull’agente materiale dell’operazione, ma non mi sembra che vi siano dubbi sulla paternità e sulla responsabilità politica dell’operazione. Fuda resta il primo firmatario di un emendamento che già nella prima stesura era stato giudicato un “obbrobrio” (Grandi) e nella seconda resta una “porcheria” (Rutelli), di cui nessuno rivendica la paternità. È probabile che si cercherà di distogliere l’attenzione sul misfatto. Non è la prima e non sarà l’ultima volta che si metterà tutto a tacere, sommergendo la notizia del giorno prima con il clamore di una nuova notizia del giorno dopo. Nel frattempo tutti avranno dimenticato e nessuno avrà più voglia, tempo o interesse per indagarvi ancora.
21.
I due campioni: Mastella difende Fuda ed esce allo scoperto. Lo scontro con Di Pietro. La natura umana è fatta in buona parte anche di irrazionalità. Me lo dico spesso, cercando di vincere i miei pregiudizi e le mie prevenzioni, ma non riesco a farci nulla. Alludo all'insofferenza che suscita in me ogni apparizione pubblica, ogni parola, ogni respiro del politico meridionale Clemente Mastella.

Ma ora, guarda caso, il suo nome si associa a quello di Pietro Fuda, di cui proprio non riesco come calabrese a gloriarmi, pur essendo egli un
calabrese illustre. Esiste il proverbio: dio li fa e poi li appaia. I due per giungere al potere non badano a mezzi:
operano come sappiamo. Quanto ironia della sorta nello slogan con cui Pietro Fuda ha condotto la sua campagna elettorale in Calabria:
Lo conosci. Sai come opera. Se solo il Sidernino avesse potuto immaginare come questo slogan gli si potesse ora rivoltato contro! Egli però insiste nel difendere un emendamento che riscuote l'universale riprovazione, eccezion fatta per i suoi ideatori, siano esso il solo Fuda o altri ancora nell’ombra. Ma veniamo alla difesa mastelliana di Fuda ed alle sue attestazioni di solidarietà:

«Poveretto – spiega ancora il Guardasigilli - è venuto da me sconvolto e sconfortato, e gli ho dovuto fare coraggio.
Ha ideato questo comma
solo per evitare una via crucis ai
tanti amministratori locali, cosa che ho anche tentato di spiegare a Prodi. Ma gli hanno buttato fango addosso solo perché è un brutto anatroccolo del Sud». Dunque, Fuda vittima di “un vero e proprio episodio di razzismo”, sponsorizzato dal ministro Di Pietro, contro il quale Mastella non usa certo eufemismi. «Di lui non se ne può proprio più. Ma chi è? Il dogma della Giustizia? Io ho voluto evitare problemi finora, però non posso accettare che questo si ponga come il moralizzatore sommo». Alla generosità mastelliana-fudesca ci credo quanto a Babbo Natale. Ma l’uscita di Mastella è forse una spia per far luce su episodi altrimenti destinati a restar dominio dell'immaginazione e della congettura. Esilarante la battuta sul razzismo nord-sud. Mi dichiaro anche io meridionale, ma il mio giudizio sui due è molto più severo di quanto possa mai possano dire e preferire i Lumbard. Della stessa notizia esistono varie redazioni giornalistiche che vale la pena riportare per le diverse sfumature e i diversi commenti:
a) «Se lui è il moralizzatore, io cosa sono allora? Basta criminalizzare il comma Fuda! Immaginare Mastella nei panni del moralizzatore significa vincere il premio per la migliore barzelletta del 2007. Sul piano tecnico-giuridico credo che Di Pietro da ex-pm abbia visto giusto nell’individuare un reato e mi auguro vada fino in fondo. Da un punto di vista tecnico-giuridico è un altro mistero come Mastella sia andato a fare il ministro della Giustizia. Tuttavia, nella sua controffensiva Mastella gioca la sua carta. Rinfaccia a Di Pietro il fatto che uno dei suoi uomini, il suo capogruppo, sia stato tra i firmatari dell’emendamento di cui Fuda è stato il primo firmatario. Tira fuori la storia del proiettile alla moglie Sandra. Trova scandaloso che Di Pietro, era che è pure lui nella barca, non voglia dismettere i panni del magistrato e si rivolga al Giudice Ordinario per scoprire l’autore della mariuoleria, che dunque – secondo Mastella – dovrebbe passarla liscia. Ma perché Mastella si preoccupa tanto di un mariuolo riconosciuto indistintamente come tale. Fuda passa per adesso come la mente incolpevole, ma esiste un esecutore colpevole. E perché non possiamo saperne il nome e deve godere dell'impunità omertosa di tutta la risicata maggioranza uscita dalle urne? No, caro Mastella, non ce la conti giusta! E noi cittadini vogliamo ben sapere. Del governo di cui fai parte poco ce ne importa. E non sarebbe diverso se il mariuolo stesse dall'altra parte. Tanto siete tutti uguali, quando si tratta di difendere i comuni privilegi o di attingere all'erario, come stai dimostrando con uno zelo degno di miglior causa.
b) Una puntuale analisi lascia ben capire che Pietro Fuda non è stato un cavaliere solitario, partito lancia in resta alla difesa di tanti poveri amministratori “rei” per reati contabili, commessi a fin di bene e in cambio di “sprechi di denaro pubblico, favoritismi e clientele elettorali”. Dallo sfogo-confessione di Mastella si apprendono possibili verità ignote ai più che sono lontani dalle stanze del potere: 1. Di Pietro poteva essere ministro della Giustizia al posto di Mastella. Se si hanno incarichi in base alla professionalità acquisita, almeno sappiamo che Di Pietro faceva il magistrato prima di entrare in politica. Che io sappia Mastella ha sempre vissuto di politica. Se abbia mai avuto un mestiere nella vita io non lo so. Lo avrà avuto, forse, ma non era così illustre come quello di Di Pietro. Quindi il posto di Ministro della Giustizia poteva essere più adatto a Di Pietro che non a Mastella, il quale aveva bisogno semplicemente di un posto di potere. Non so di quale apprezzamento Mastella goda fra gli operatori del diritto. Ho forti dubbi. Chi sia la «zavorra morale» del Parlamento italiano è poi alquanto opinabile. Comunque, un primo risultato la richiesta di una indagine giudiziaria sulla marioleria l’ha ottenuto. Mastella è uscito allo scoperto.
c) Di Pietro risponde: Oggi, sempre sullo stesso giornale, è arrivata la replica di Di Pietro. "Zavorra morale? Mastella ha ragione e sono onorato. Vuol dire - dice secco l'ex Pm - che tengo fermo chi, nella maggioranza, vuol realizzare cose immorali". Macchè "Sommo Moralizzatore - è intervenuto oggi in risposta Di Pietro - io sono solo un politico che ha ricevuto un mandato dai suoi elettori. Più che altro, mi sto rendendo conto che nella coalizione mi ritrovo sempre in solitudine quando si tratta di difendere la questione morale" che, per il ministro, "non è stata ancora affrontata come si dovrebbe". E prova ne siano "le dichiarazioni di Prodi sull'indulto. Prima - ha ricordato Di Pietro - ha detto che era una legge che non condivideva, poi che la rifarebbe: una schizofrenia dettata dalle contraddizioni interne". E sul comma Fuda nessuna retromarcia. "Va cacciato" il funzionario che ha inserito il comma, va trovato "il mandante politico", "onore a Prodi" per averlo cancellato il 27 dicembre in Cdm e "se a Mastella non va bene vada via dalla maggioranza perchè io - promette Di Pietro - ho intenzione di restare e vigilare sulla questione morale".
d) Quelli del Nord ci guardano. Dopo l’indulto, Mastella rivendica la paternità del “colpo di spugna” sui reati contabili per danni causati all’erario. Bella giustizia! Naturalmente tutti hanno interesse ha conservare la seggiola parlamentare, tanto agognata e tanto faticosamente conquistata, per cui: «Angelo Bonelli, capogruppo dei Verdi alla Camera, non condivide l’eccessiva pubblicità della polemica: «I panni sporchi si lavano in famiglia», spiega al Velino. Per questo “rimandiamo alle parole di Prodi: bisogna essere un po’ più uomini di squadra e risolvere i problemi in casa, non dialogando tramite le agenzie di stampa”». E tuttavia il Verde prende le distanze dalla difesa dei ladri del pubblico danaro: «Quanto al discusso comma, Bonelli non giustifica le parole di Mastella: “Quello contabile è un reato odioso ma questo non significa che non sia una questione seria”». Dice la sua pure il Rosso Russo Spena: «Giovanni Russo Spena, presidente dei senatori di Rifondazione comunista, prima attacca Di Pietro: «Gli consiglierei di smetterla di fare il procuratore della Repubblica in politica. Oggi è un ministro ed è inutile che va alla caccia dei colpevoli». Ma poi si rivolge a Mastella: «È stato sbagliato inserire quella norma nella Manovra, introdotta tra l’altro in maniera monca e parziale. È sembrato un voler prescrivere in maniera anticipata i reati». Per questo «è stato giusto che il governo, anche su sollecitazione dei capigruppo sia intervento per abrogarlo cosicché nessun effetto è stato prodotto». Ora – dice Russo Spena al Velino – il problema che pone Mastella, «che si può discutere in commissione Giustizia e in quella Affari costituzionali», riguarda il rapporto tra «autonomie locali e Corte dei conti». Ci sono «problemi di fondo del funzionamento istituzionale su cui Mastella ha un impostazione e questa può essere discussa».
e) La difesa dei sindaci scialacquoni: questa la sintesi dell’emendamento Fuda. Si è detto da parte degli interessati che l'emendamento era una norma di garanzia e di civiltà. Ma in cosa consiste? Ce lo dice l'articolista: «Praticamente veniva anticipata la prescrizione dal momento in cui si versa il denaro a quando “si realizza la condotta produttiva del danno”, ossia quando si emette la delibera che dispone l’erogazione di tale somma. In questo modo si allontana nel tempo il termine della prescrizione che, pur rimanendo di 5 anni come previsto per questo tipo di reato, in questo modo agevola positivamente la soluzione dei processi per l’imputato, invalidando il 70% dei processi contabili in atto. Dopo le numerose critiche avanzate al Governo, il Consiglio dei Ministri aveva provveduto ad abrogare l’emendamento con un decreto legge; il placarsi delle controversie non è riuscito comunque a contenere l’ira del Guardasigilli e la sua indignazione per quanto accaduto».
22.
Si cerca ancora la manolesta. Dal
Velino del 27 dicembre 2006. Il timore è che passata la buriana si metta tutto a tacere. Altre cose importanti sono sul tappeto: è questa la solita scusa per coprire le malefatte. «La mano galeotta che, contro l’apparente veto di quasi tutta la maggioranza, ha introdotto il testo nel dettato finale della Finanziaria non si è ancora trovata. L’ostinazione con cui un frammento di un testo presentato a più riprese nel corso del dibattito abbia vinto tutte le resistenze è ancora un mistero». Sugli aspetti tecnici del provvedimento è bene fare una disamina tecnica, perché i suoi autori si difendono facendo credere che si sarebbe fatto tanto strepito per nulla.

Non è però questo il parere della Corte dei Conti che nella persona del suo presidente ha subito lanciato l’allarme che ha fatto ricredere tutti quanto (eccetto il duo Mastella-Fuda), bollando il provvedimento come una “porcheria”, ispirando addirittura ipotesi “strozzine” in taluni. Il commento più benevolo è che si sia trattato di grave “errore”, senza dolo e premeditazione. Ma l’ex PM Di Pietro ravvisa invece un’ipotesi di reato che deve essere tempestivamente perseguita. Sorge spontaneo il cui prodest? «Al centro della polemica sono da subito finiti i cofirmatari del provvedimento, segnatamente il margheritino Luigi Zanda (fidatissimo del vicepremier Francesco Rutelli) e la delegazione dei calabresi che oltre a Fuda annovera anche Franco Bruno (Dl), Nuccio Iovene (Ds) e Rosa Maria Villecco Calipari (per la verità firmataria di un provvedimento leggermente diverso). Se Zanda si è detto sorpreso (“non so come sia potuto succedere”), il ministro della Cultura ha condannato con forza “lo scivolone” bollandolo come “una schifezza”, attento anche a smentire chi vedeva proprio in lui uno dei beneficiari dell’emendamento. Precisazione che ha dovuto fornire in fretta anche Agazio Loiero ricordando che i processi che sta affrontando sono di natura penale e non per reati che ricadono sotto la giurisdizione della Corte dei conti. Ma rimane difficile, anche agli stessi calabresi, non pensare ai benefici che sarebbero potuti toccare alla classe della dirigenza amministrativa, soprattutto quella impiegata nelle aziende ospedaliere e sanitarie».
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Prodi che ride. Da Caserta l'11 gennaio 2007. Mentre a Caserta si celebrano i fasti del regime Prodi ride in faccia ai giornalisti che gli chiedono di una vicenda che da sola basta a fissare l’immagine di un governo che ha caricato di tasse i cittadini, mantenendo gli equilibri consolidati.

Nella sua conferenza stampa a Caserta Prodi ha parlato pure di etica, ma per riderci sopra. Ho previsto che sulla vicenda del manolesta notturno sarebbe calato il silenziatore: far passare la buriana, far dimenticare, sottovalutare, minimizzare, metterla a ridere. Riporto integralmente la breve nota di agenzia: «(AGI) - Caserta, 11 gen. - “Chiederlo ai ministri chi è stato a introdurre in Finanziaria il ‘comma Fuda’? È un suggerimento che posso cogliere... ma non credo sia stato un ministro”. Romano Prodi scherza con i giornalisti, in conferenza stampa durante una pausa dei lavori del vertice nella reggia vanvitelliana, e a chi gli fa osservare che ha l’occasione, avendo tutti i ministri riuniti, di individuare l’autore del discusso comma. Ma il premier sorride, e garantisce: “Non ho rinunciato, sto facendo il possibile per scoprirlo, mi darebbe molto gusto...”. Poi, aggiunge: “Ma mi sembra molto ingenuo e improbabile che qualcuno dei ministri mi risponda ‘sono stato io’...”. (AGI)».