venerdì, settembre 22, 2006

Impressioni su una seduta del Consiglio Regionale calabrese: Seduta del 21 settembre 2006.

Per la prima volta mi sono trovato ad assistere dalle tribune del pubblico ad una seduta del Consiglio Regionale della Giunta di Agazio Loiero. Doveva essere una seduta particolarmente importante quella di ieri 21 settembre 2006. La sede del Consiglio si trova a Reggio Calabria, mentre la Giunta è nel capoluogo Catanzaro. Si tratta di un compromesso stipulato ai tempi della guerra civile calabrese scoppiata negli anni settanta a seguito dello spostamento del capoluogo da Reggio a Catanzaro. Questo significa che gli onorevoli – si chiamano pure loro così – consiglieri devono fare i pendolari se decidono di riunirsi. È vero che potrebbero risiedere tutti in Reggio, ma se sono anche membri della Giunta (e ci tengono ad esserlo: guai agli esterni!) dovrebbero fare la spola da Catanzaro o da altri luoghi a Reggio, se si immagina che il Consiglio debba quotidianamente riunirsi per produrre leggi regionali. Qualcuno dell’opposizione nella seduta di ieri ha osservato senza tema di smentita che l’attuale Consiglio nei suoi sedici mesi di vita ha prodotto in assoluto il più basso numero di provvedimenti legislativi. Per converso, i deputati della maggioranza e lo stesso Loiero hanno ribadito che loro “hanno fatto” più dei precedenti amministratori: è sempre il solito ritornello. Chi si trova in sella ha sempre fatto meglio e di più del precedente occupante il destriero o somaro del potere, sia pure un potere “ultimo” fra tutte le regioni d’Italia.

Si tratta qui di mie impressioni. Non avrei né il tempo né gli strumenti né la voglia per un’analisi assolutamente gratuita. Chi ha conseguito una posizione dove si portano a casa ogni mese intorno ai quindicimila euro se ne infischia allegramente di tutte le critiche possibili. Per cinque anni i guadagni sono assicurati. E’ una verità sgradevole da dire, ma è ciò che ognuno pensa. Vige poi la legge pasoliniana dell’omologazione secondo cui l’uno è perfettamente eguale all’altro, se non è peggio, ma sempre l’ultimo è per definizione migliore dei precedenti. La seduta avrebbe dovuto essere tra le più importanti perché doveva essere presentata una nuova composizione della Giunta su un “Aggiornamento” del programma di governo. L’Aggiornamento non è invero tale perché è una sintesi del precedente programma: chiarimenti dati dallo stesso Loiero ad un transumato (da uno schieramento all’altro) che era subito intervenuto, pensando di aver trovato una contraddizione tra i due testi. In pratica, chi è stato eletto consigliere (15.000 euro con annessi, connessi ed extra) vuole essere nella rosa da cui scegliere gli assessori: la competenza è un optional trascurabile, o è comunque presupposta in virtù dell’elezione di soggetti che sono certamente capaci di apporti “coscruttivi”, magari nella settore della pubblica istruzione o in quello universitario della Dante Alighieri, finalmente riconosciuta come università per l’insegnamento della lingua italiana a Reggio Calabria, dove a stento un consigliere eletto (o meglio surrogato) riesce a parlare decentemente la lingua italiana. Avrei plaudito sull’istituzione di un’università per lo studio, la conservazione e la valorizzazione del dialetto calabrese, ma mi riesce arduo capire cosa Dante Alighieri possa aver mai avuto a che fare con Reggio Calabria. Misteri della politica calabrese. Ma questa è solo un’impressione affatto marginale.

L’impressione principale è che tutti i consiglieri eletti vogliono conservare lo scranno faticosamente conquistato. Salvo ad esserne sloggiati a cannonate o per intervento di superiori autorità. Mi dispiace rilevare che l'interesse economico alla carica elettiva sembra essere la sola cosa alla quale i consiglieri regionali calabresi paiono essere sensibili. Non sono un lettore attento di giornali, ma a tutt’oggi non ho ancora capito se un certo Fortugno è morto scivolando dalle scale o se è morto ammazzato. E se è morto ammazzato, se lo è stato per fatti privati e passionali ovvero per ragioni in qualche modo connessi al suo status di consigliere eletto. Penso di non aver letto male nei giornali a proposito di un consigliere della maggioranza (anche lui transumato) il quale succeduto (pure lui in un certo senso surrogato) al defunto Fortugno sarebbe stato invitato dalla sua stessa nuova parte politica a dimettersi per fugare ogni ombra di sospetto, osservando un non meglio precisato “codice etico”. L’interessato ha risposto picche non sussistendo per lui nessun obbligo o ragione legale alle dimissioni. Ma quel che ieri mi ha sorpreso è che lo stesso personaggio tanto voglioso di far parte dell’augusto consesso calabrese ha poi disertato l’aula nel momento culminante della votazione della fiducia alla nuova giunta: l’ho cercato con gli occhi, ma non l’ho visto. E quando c’era sembrava poco più di un fantasma: isolato e silenzioso. Infatti, quasi tutti hanno concionato per la grande occasione, ma lui non si è sprecato.
Tra i concionatori ho potuto sentire per la prima volta quel Pacenza di cui erano pieni i giornali fino a poco tempo fa. E’ stato scarcerato. Si trattava di una questione di raccomandazioni e di pilotaggio di posti di lavoro in una regione a grande disoccupazione come la Calabria. Non ho avuto la pazienza di leggere la cronaca e naturalmente considero valido anche per Pacenza il principio della presunzione di innocenza o di non colpevolezza. Non ho tempo e pazienza per uno studio approfondito del caso Pacenza, ma il fenomeno della raccomandazione è diffuso in Calabria più che altrove. E’ cosa ampiamente risaputa da ognuno ed è profondamente instillato nel dna di ogni calabrese. I politici calabresi sono tutti collettori di raccomandazioni, in modo più o meno lecito e ammissibile. È perfettamente inutile presentarsi a qualsiasi tipo di elezione in Calabria (ma forse anche altrove) se non si possono promettere o far balenare possibili favori. Cosa sia l’interesse pubblico o il bene comune è argomento quanto mai estraneo ad ogni seria presa in considerazione. Al massimo può essere un esercizio retorico di competenza delle università calabresi. La concione di Pacenza, in tipico stile sindacalese, mi è piaciuta meno di altre che hanno avuto un più chiaro senso della concretezza dei problemi e perlomeno hanno fatto capire qualcosa a chi si trovava lì ad ascoltare. Magnifico è stato chi ha rilevato l’assoluto silenzio del Governatore sulla questione del ponte sullo Stretto. Loiero non ha proferito verbo sull’argomento: né per un sì né per un no. E ciò mentre in Roma si protestava nelle piazze.
Da chi era composto il pubblico? A parte i giornalisti che stavano lì per mestiere credo che buona parte fosse composto da mogli o parenti degli stessi onorevoli, che venivano lì ad ammirare il congiunto. Solo una minima parte aveva interesse a capire quel che succedeva e a vedere il concreto funzionamento della massima istituzione regionale. Ripeto: la mia non è un’analisi suffragata da studi e riscontri, ma una prima superficiale impressione di ciò che i miei occhi hanno visto e le mie orecchie hanno potuto sentire. Complessivamente, credo di aver ascoltato i discorsi fatti più degli stessi onorevoli, che pronunciata la loro concione se ne andavano poi per i fatti loro e non si curavano di ascoltare i discorsi dei colleghi: il tipico dialogo tra sordi! Tra questi discorsi un’annotazione merita quella dell’UDC Nucera, che con un certo calore sembrava avesse detto o denunciato qualcosa di incisivo a carico della nuova Giunta, ma appena terminata la sua concione si precipitava a stringere la mano al presidente Loiero, quasi a dire: “guarda che stavo scherzando, mica dicevo sul serio!”. Ed era lo stesso Nucera che a pochi metri davanti a me poco più tardi si abbracciava amichevolmente con l’avversario Pacenza del DS. Mi è capitato, per mia afflizione, anche in altre pubbliche occasioni di notare il protagonismo dello stesso personaggio, con discorsi anche del tutto fuori luogo. L’importante è parlare ad ogni tribuna possibile e quindi far parlare di sé: tutta pubblicità. Si acquista così visibilità: ed in effetti io vedo in lui quel che vedo e lui è quel che appare.

Il buon Loiero in tutto il suo discorso, prima e dopo, ha tenuto il contegno ed il tono del buon padre di famiglia, suadente verso la sua maggioranza, ma anche rispettoso verso l’opposizione, cui manda strizzatine molto incoraggianti in tempi di transumanza diventata alta cultura politica. In altri tempi ci si sarebbe vergognati di rapidi cambiamenti di campo, ma oggi nessuno più bada a queste cose. Pare che dica Loiero: “Figlioletti miei, stiamo tutti qui in una stessa barca. Facciamoci questi cinque anni! Poi si vedrà. Noi abbiamo >approfondito< i fondali del porto di Gioia Tauro. Qualcosa abbiamo fatto. E poi anche abbiamo messo dei soldi per il nodo ferroviario. La Sanità? Effettivamente non si riesce a controllare la spesa. Non siamo in grado di sapere cosa le ASL spendono. Ma dobbiamo pagare lo stesso!” Avevo letto, se non erro, una dichiarazione dell’on. Napoli (della commissione antimafia), la quale sosteneva che il Consiglio Regionale avrebbe dovuto essere sciolto proprio per le connessioni fra spesa sanitaria e fenomeni mafiosi. Se è così, mi sembra un solido argomento. Ma ecco che Loiero dichiara che addirittura alla Regione non sono neppure in grado di controllare i conti. Forse entro dicembre (e sono già passati due anni) sarà approntato un “piano sanitario” (?!). Mi viene adesso in mente un’altra bella dichiarazione del concionatore Pacenza. Tra i tanti dati in positivo da lui elencati vi è stato anche quello della più alta percentuale segnata dai calabresi nel “no” alla riforma costituzionale. Insegna il vecchio Protagora che gli stessi dati possono essere interpretati in modo opposto. Io non ho mai pensato che i calabresi siano diventati più italiani di tutti gli altri messi insieme. Semplicemente – ho pensato – i calabresi si sono visti persi all’idea che con la riforma costituzionale potesse aver termine il flusso dell’elemosina nazionale con la quale si ripianano i conti anche di una sanità come quella calabrese, pessima e scassata. Per noi parlare poi di pensioni fasulle, integrazioni, false disoccupazioni, ecc. Con un bel risultato: il cittadino calabrese che sta improvvisamente male rischia di stare ancora peggio se finisce ricoverato in un ospedale calabrese, che manca spesso dei requisiti minimi per essere un ospedale. Anzi rischia di non uscire affatto, se non steso con i piedi davanti. Sembrano che la maggior parte degli ospedali calabresi esistano più per combattere la disoccupazione di quanti a vario titolo vi lavorano che non per curare i malati. Chi appena ha i mezzi va a farsi curare in altri ospedali, dal Lazio in su. Ma questo è argomento assai pericoloso da trattare. Ancora non sappiamo come e perché è morto il suddetto Fortugno, cui è stato prontamente intitolata l’Aula del Consiglio Regionale.
Dulcis in fundo. Il presidente dell’Assemblea reggina (Bova) ha voluto mettere all’ordine del giorno qualcosa circa la “lectio magistralis” di Benedetto XVI che tanto furore ha suscitato nel mondo musulmano. Dubito fortemente che i consiglieri regionali calabresi abbiano piena cognizione di tutta la complessità del problema teologico, filosofico, politico, filologico di una vicenda internazionale ancora non del tutto conclusa. Hanno votato in calce ai lavori quanto per votare, ma senza sapere ciò che votavano e di cosa si trattava veramente. Nessun dibattito si è svolto al riguardo. Sembrava che il presidente Bova ci tenesse per un suo capriccio a far passare una mozione di cui ad altri poco o nulla interessava. E così è stato. La mozione è passata di soppiatto nel mucchio e nel disinteresse generale a conclusione di una desolante giornata di lavori consiliari.
Ancora: mi ha sorpreso l’assenza di Sergio Abramo, il presidente candidato di FI alla Regione, pare trasmigrato pure lui altrove. Mi dicono che non va mai al Consiglio dove è pure stato eletto. Doveva esserci almeno in questa circostanza. Deplorevole! In una democrazia da manuale sarebbe toccato proprio a lui il compito di guidare l’opposizione. Ma appunto in Calabria la democrazia è solo una farsa. Gli innumerevoli convegni sulla cultura della legalità sono un’occasione per perdere tempo, fare passerella, parlare di noci e prendersi in giro più o meno consapevolmente.

(Testo scritto di getto e non definitivo. Eventuali commenti potranno essere utili in fase di rielaborazione. Adesso non ho altro tempo da dedicare a questo testo che però voglio subito licenziare in ragione della sua attualità).

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