mercoledì, giugno 14, 2006
Una tesi per la Calabria: il ceto politico peggio della ndrangheta
Ho visto ieri alla televisione un servizio rilasciato dal presidente della confindustia calabrese, mi pare di nome Callipo. Il messaggio da lui lanciato mi sembra corrisponda alle impressioni che ricavo dai giornali calabresi che ricevo in Roma e dalle mie esperienze dirette sul territorio: l'allarme interessa più la natura del ceto politico che non il fenomeno criminale, facile da eliminare se funzionassero gli organi istituzionali e vi fosse impermeabilità nei rapporti con il ceto politico e amministrativo. Se il referendum sulla riforma costituzionale evolverà nel senso di legare le responsabilità del ceto politico locale all'uso ed all'amministrazione delle risorse tributarie ricavate direttamente dai cittadini calabresi, ciò potrà essere alla lunga il più forte fattore di moralizzazione. Al contrario l'uso e l'amministrazione dei trasferimenti giunti dal nord produce effetti perversi sulla selezione e formazione della classe politica calabrese. I calabresi dovranno imparare sulla loro pelle che se vogliono progresso e sviluppo economico, civile e culturale, dovranno essere capaci di ottenenerlo con le loro forze ed il loro lavoro, con la loro volontà di avere degni rappresentanti politici, buone istituzioni locali da intendere come enti capaci di erogare servizi e non come posti in cui imbucarsi e per ottenere i quali occorre tirare la giacca a qualcuno promettendogli eterna fedeltà e sudditanza. Se questi "posti" dovranno essere pagati come corrispettivo di un servizio dai concittadini rimasti esclusi nessuno vorrà pagare a vuoto. E' una tesi che ho enunciato altre volte e che non mi stancherò di verificare sui dati via via disponibili. Il discorso sulla Calabria non è molto diverso da quello fatto nel 1654 dal funzionario che nella sua relazione giudicava i calabresi inadatti all'autonomia ed incapaci di autogoverno.
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